TRA I MEANDRI DEL PASSATO: LA STORIA E' FATTA ANCHE DALLA GENTE COMUNE

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Scritto da Angela Casamassima    Venerd√¨ 01 Aprile 2011 08:54

Pochi giorni fa abbiamo festeggiato i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia, il momento più importante nella storia di un Paese, al di là delle considerazioni e convinzioni personali a proposito delle motivazioni, modalità e conseguenze soprattutto per il Meridione. Non è mia intenzione angustiarvi scrivendo di eventi a tutti noti e dei quali si è a lungo parlato in questi mesi. “La storia non è fatta solo dai re o dai condottieri ma anche dalla gente comune”…a cura di Anna Paola Rella

 

 

LA STORIA E’ FATTA ANCHE DALLA GENTE COMUNE

 

Pochi giorni fa abbiamo festeggiato i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia, il momento più importante nella storia di un Paese, al di là delle considerazioni e convinzioni personali a proposito delle motivazioni, modalità e conseguenze soprattutto per il Meridione. Non è mia intenzione angustiarvi scrivendo di eventi a tutti noti e dei quali si è a lungo parlato in questi mesi. “La storia non è fatta solo dai re o dai condottieri ma anche dalla gente comune”.

Garibaldi, sbarcato a Marsala e terminata la conquista della Sicilia, intraprese la risalita verso Napoli senza incontrare resistenza. Cosa accadeva a Toritto mentre si faceva la storia?” Il nome di molti uomini comuni è rimasto nella memoria dei nostri nonni e in alcuni libri.

E’ questo il caso di Colino “u schignato”.

A Toritto, alla “controra” (pomeriggio) del 31 agosto 1860, secondo quanto scrive don Salvatore D’Innocenzo nel suo libro,  un nutrito stuolo di persone giunse da Grumo. Nel paese fu dato l’allarme e tutti gli abitanti, intimoriti, si barricarono nelle loro case. Rimase ad aspettarli solo un uomo, il nostro “impavido contadino”. Colino infatti, secondo quanto raccontava una prozia di don Salvatore, era un contadino analfebeta dotato di buone capacità oratorie e con un forte ascendete sulla popolazione, una sorta di “capopopolo”. I grumesi giunti a Toritto, che portavano fazzoletti colorati sulla testa con nodi ai quattro angoli forse per imitare il berretto garibaldino, gli intimarono di gridare “Viva Garibaldi! Viva Vittorio Emanuele!”. Colino, preso dall’entusiasmo, non solo gridò ma lanciò in aria la sua coppola. Rientrato in paese, alla testa del gruppo, tranquillizzò i suoi compaesani che uscirono dalle loro case.

Francesco II non volendo rinunciare alla lotta si era asserragliato nelle piazzeforti di Capua e Gaeta, ma Garibaldi lo affrontò, sconfiggendolo.

Toritto ebbe anche il suo “codardo”, ricordato con il soprannome di “Vaccilenza”.

Si trattava di un pastore analfabeta che abitava sulla Murgia. Faceva parte di un corpo d’armata delle truppe borboniche con il compito di bloccare l’avanzata di Garibaldi sul Volturno. Il “Vaccilenza” e altri settanta uomini crearono panico e scompiglio tra le truppe borboniche che si arresero sotto gli occhi di Francesco II e del comandante, modificando le sorti della battaglia. Don Salvatore scrive che a Toritto nessuno parlava di questo vile episodio a cui partecipò anche il nostro compaesano; ne ha parlato in televisione un capitano dell’esercito, nel 1982. Considerato un eroe dal partito piemontese, ricevette un posto d’inserviente a Bari, in un ufficio pubblico, e a chiunque lo avvicinasse dava il titolo di “Vaccilenza”, da qui il soprannome. “Anche gli episodi negativi sono funzionali all’economia della storia”.

Il 21 ottobre 1860 il popolo fu chiamato ad esprimersi a favore o contro l’annessione. La domanda alla quale bisognava rispondere era: “Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re e i suoi discendenti?” I torittesi si dimostrarono diffidenti ma alla notizia che sarebbero stati distribuiti denaro, sale e pane il loro atteggiamento mutò. Emblematica è a tal proposito una frase detta proprio dal nostro Colino “u schignato”: “Stè la pagnotte? E allèure o sande ca déisce téue ora pro nobis”. I risultati delle votazioni, né libere, né segrete, sono a tutti noti e furono accolti con grandi festeggiamenti dalla popolazione.

Uno dei problemi più consistenti che il nuovo governo dovette affrontare fu il brigantaggio. I contadini senza terra e i soldati senza esercito in alcuni casi non potevano fare altro che darsi alla macchia. In questa situazione un ruolo fondamentale era spesso rivestito dalle donne. Motivi logistici, di collegamento, di approvvigionamento ed affettivi ne richiedevano la costante presenza. Il folto bosco di Toritto diventò presto il rifugio ideale per i briganti. In seguito all’uccisione nel bosco di due “patrioti” gravinesi fu ordinato un meticoloso rastrellamento in Terra di Bari, una repressione che durò cinque anni.

Rapporti con i briganti furono mantenuti da una donna torittese, indicata come “la serva di Brok”.

La donna era al servizio di Broquier, un militare di origine francese che si era dato alla macchia. Gli fu fedelissima e, facendo il doppio gioco, tenne in scacco il Comando Piemontese. Scoperta, la donna fu arrestata, violentata, pubblicamente rapata e le fu distrutta la casa.

La repressione dei briganti fu spietata e violenta. A Toritto, alla ringhiera di un balcone di fronte alla chiesa della Madonna delle Grazie, rimasero appese per moltissimo tempo le teste di due uomini, come monito. Fece questo la cosiddetta gente civile!

 

( a cura di Anna Paola Rella )

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