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Home Tra i meandri del passato NUOVA RUBRICA DI TORITTONLINE: TORITTO, TRA I MEANDRI DEL PASSATO

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NUOVA RUBRICA DI TORITTONLINE: TORITTO, TRA I MEANDRI DEL PASSATO

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Scritto da Angela Casamassima    Martedì 01 Febbraio 2011 10:49

Parte oggi la nuova rubrica di Torittonline, dedicata alla storia, architettura e cultura di Toritto. Nella sezione “arte e cultura a Toritto” inseriremo tracce lasciate nella memoria, nei libri, nella pietra del nostro paese, a cura di Anna Paola Rella...

 

 

Capita spesso, passeggiando per le strade del proprio paese, di ripercorrere sentieri appartenenti  ad un passato ormai lontano, talmente remoto da rischiare l’oblio. Questa nuova rubrica si ripropone di percorrere mese per mese le vie della storia, dell’architettura e della cultura di Toritto attraverso le tracce lasciate nella memoria, nei libri, nella pietra, al fine di evitare che un velo nasconda per sempre le nostre origini perché, come direbbe Indro Montanelli, “un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente”.

Ci siamo mai chiesti come si presentava Toritto agli occhi dei nostri antenati?

 

TORITTO, TRA I MEANDRI DEL PASSATO...

 

Proviamo a scoprirlo

Pochi lettori forse sanno che il nostro paese era provvisto di mura a difesa della tranquillità e della sicurezza dei suoi abitanti. Dal preziosissimo libro di Don Salvatore D’Innocenzo, intitolato “Toritto memorie storiche e tradizioni”, possiamo leggere che anticamente Toritto “fu una queta terra nella queta pace dei campi” che, per parecchio tempo, non avvertì l’esigenza di munirsi di mura. Ad un certo punto accadde qualcosa che fece vacillare questa serenità: nel 1495 il paese fu saccheggiato dai francesi agli ordini del filoangioino Francesco Moza e, per evitare il ripetersi di simili disastrose esperienze, ne fu decisa la costruzione.

Il cuore del paese comprendeva il Castello, che si affacciava sull’omonima piazza (ora piazza Vittorio Emanuele II) e la Chiesa; era delimitato da due declivi naturali, usati per lo scorrimento delle acque piovane, sia ad ovest, via Aquaeductus (detta volgarmente via della strada dell’acqua),  che ad est e le abitazioni erano state costruite lungo questi due versanti con le porte in posizione opposta al deflusso delle acque, creando una barriera di case e fossati. Sfruttando questi elementi le mura furono erette solo a nord e a sud, consentendo un notevole risparmio economico agli abitanti.

Erano alte 4 metri (si parla di due canne, antica unità di misura italiana) e attorno vi correva un profondo fossato detto “fosso della terra”. All’interno del paese si accedeva tramite due porte. Quella a nord era collocata al termine del Corso della Terra (oggi Corso Umberto I), all’incrocio con Via Archi, al di là della quale c’era il borgo S. Maria della Stella, con poche case e una chiesetta dalla quale prendeva il nome. La porta a sud si trovava all’uscita da piazza Castello e oltre questa c’era il borgo Madonna delle Grazie che prendeva il nome da una piccola cappella che sorgeva lì, poi abbattuta e ricostruita. Sia quest’ultima porta, simile alla Porta Maggiore di Trani abbattuta dai francesi nel 1799, che parte delle mura furono opera del signore Orazio della Tolfa-Frangipane che nel 1590 comprò il feudo di Toritto dal barone Ettore Pignatelli. Don Orazio della Tolfa fece scolpire sul lato destro della porta lo stemma del suo casato rappresentato da tre torri sovrapposte e su quello sinistro lo stemma di Toritto raffigurante il toro. Il cornicione presentava l’iscrizione “ Porta aperta all’amico, porta chiusa al nemico”. Ad est un terzo accesso si trovava a conclusione di via Antiche Mura (oggi via Cimitero) ed era chiamato “Porta Nuova” perché risalente solo al 1733. Si trattava di una semplice apertura nelle mura.

A chi era affidata la chiusura e l’apertura di queste porte?

Questo compito spettava ad un personaggio che ci apparirà alquanto singolare e bizzarro per la diversità delle nostre abitudini rispetto a quelle dell’epoca e, allo stesso tempo, affascinante se pensiamo che quest uomo aveva in consegna le chiavi del paese e di conseguenza il destino dei suoi abitanti. Si trattava di un camerlengo, detto portinaro. Il camerlengo era armato e indossava una casacca ed un berretto verdi.

Giunta la sera, stanchi per le lunghe ore di lavoro nei campi, i contadini si accingevano a tornare a casa. Sulla strada del ritorno si facevano il segno della croce e pregavano. Al suono dell’ Ave Maria tutti dovevano rincasare (“pe l’Avemmaréje o a chese o pe véje”-per l’Ave Maria o a casa o per via). Il suono del Pater Noster era il segnale di chiusura delle porte.

Proviamo ad immaginare quest uomo che, nella sua casacca verde, con il suo “lambere” (lampada), si aggirava per il paese mentre tutti erano seduti attorno alla tavola, si facevano il segno della croce e mangiavano dallo stesso piatto quello che la Provvidenza offriva. Il camerlengo chiudeva un’imposta richiamando l’attenzione con lo strepito dei chiavacci poi, sulla soglia della porta, sollevava “u lambere”, lo dondolava in alto come richiamo e diceva “In nome de Dèje, ce je jinde è jinde, ce jè fèure è fèure (in nome di Dio, chi è dentro resta dentro, chi è fuori resta fuori) e serrava le due imposte prendendo così in consegna il paese su cui avrebbe vigilato per tutta la notte.

La mattina, al suono dell’aurora, tutto il paese si svegliava e il camerlengo apriva le porte pronunciando la formula di rito “Cu nome de Dèje, buon deje a tutte” (Col nome di Dio buon dì a tutti). Si accendevano i lumi, gli zoccoli e il cigolio delle ruote dei carri risuonavano per le strade e i contadini si avviavano nuovamente a lavoro. Dopo di che nel paese ritornava il silenzio.

E tutto si ripeteva allo stesso modo giorno dopo giorno.

Di  tutto questo oggi nulla è rimasto se non, come sola e ultima testimonianza, le chiavi d’argento del paese che simbolicamente, dopo la benedizione, il Sindaco consegna ai SS. Patroni in occasione della festa patronale.

 

Come potete vedere siamo giunti al termine di questa breve passeggiata nel passato. Avete udito i suoni tipici di Toritto ed immaginato il modo in cui gli antichi abitanti del nostro paese vivevano.

 

Mi auguro che questo breve racconto possa aver stimolato in voi una curiosità tale da spingervi ad aspettare il prossimo articolo per continuare assieme il nostro viaggio.

 

Porta Sud, all'uscita da Piazza Castello ( oggi Piazza Vittorio Emanuele )

 

Porta Nord, all'incrocio tra Corso della Terra ( oggi Corso Umberto I) e via Archi

 

Porta Orientale, a conclusione di Vie Antiche Mura ( oggi Via Cimitero )

 

 

( a cura di Anna Paola Rella )

 

Chiunque volesse fornire materiale (fotografie, documenti, testimonianze…) potrà contattarmi a questo indirizzo:  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

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