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Home Istituto Comprensivo TORITTO: LUNEDI 15 DICEMBRE "LA SCUOLA TRA IERI E OGGI"

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TORITTO: LUNEDI 15 DICEMBRE "LA SCUOLA TRA IERI E OGGI"

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Scritto da Redazione    Venerdì 12 Dicembre 2014 19:23

Lunedi 15 dicembre alle ore 17:30 presso la Scuola Media S.Giovanni Bosco di Toritto si svolgerà l'incontro sul tema "La Scuola tra ieri e oggi" con lo scrittore torittese Mauro Panza...

 

Lunedi 15 dicembre alle ore 17:30 presso la Scuola Media S.Giovanni Bosco di Toritto si svolgerà l'incontro sul tema "La Scuola tra ieri e oggi" con il poeta torittese Mauro Panza.

Ai ragazzi di terza media è stata distribuita una novella scritta dal poeta: "LA STELLA DI NATALE".  Gli studenti hanno scritto un loro commento e in occassione di tale incontro verrà premiato direttamente da Mauro Panza, l'alunno migliore con un suo libro.

Il poeta ci parlerà del passato letterario con riferimento a Ulisse e Dante, presentando la dimensione dell'interiorità e confrontandola con il presente per poi fare un parallelismo tra i suoi tempi storici e scolastici e i tempi attuali.

A conclusione, il Poeta delizierà i presenti con un pensiero sul Natale.

 

Vi riportiamo una

"Bella Storia di Natale"

di Mauro Panza

Si chiamava Vito, ma lo chiamavano Vtùcce. 'Vtùcce'e basta. 
Un povero uomo di età avanzata. Aveva perso l'unicofiglio in guerra ed era anche vedovo. Viveva in campagna, in un trullo situato nei pressi di "ù  uè dù vosk". Un piccolo podere, di sua proprietà, confinante,  l'aveva  venduto.  Il  trullo  no!  Rappresentava  il  suo  punto  di  riferimento  pregno  di ricordi. All'interno vi erano poche cose: un pagliericcio su cui riposare, pochi oggetti di cucina, untavolo sgangherato, il pozzo riserva d'acqua piovana, una lucerna, la leusce ad ùgghie, quasi sempre spenta  per  risparmiare  l'olio  che  doveva  servire  per  condire  la  ciallèdde  che  dù  marangidde  di cocchie. L'ingresso veniva chiuso da una grossa e robusta porta di quercia che lui bloccava, quando usciva,  con  un  enorme  chiave  di  ferro  che  nascondeva  sotto  una  pietra  antemurale,  nascondiglio segreto che tutti conoscevano. Ogni mattina di buon'ora, usciva sull'uscio, dava un'occhiata al cielo,si segnava e se il tempo era clemente, abbandonava  il trullo diretto al suo paese, Toritto. Alle voltepercorreva pochi metri, altre volte qualche decina  e, appena sentiva il rumore di qualche sciarrètte, trajeine  o  soprammolle,  lui  si  posizionava  sul  ciglio  della  strada,  inchinava  la  testa  col  viso sorridente a mò di saluto ma non chiedeva mai. Nessuno tirava dritto e tutti: <Saleute, 'mbà Vtucce > e fermato il mezzo, < nghiène!>. E Vtucce accettava volentieri la vtteur. Lo facevano scendere "e Cresce" e Vtucce, dopo aver ringraziato, cominciavail proprio giro in paese. Percorreva strade e viuzze,  sorrideva  e  salutava  tutti  ma  non  chiedeva  mai.  Qualche  donna,  di  tanto  in  tanto,  lo chiamava per dargli qualcosa da mangiare; do aueie,na seume de cicer bianche e nigre, dofev o dù ganghèle che nù picche de péri tust. Lui, dal cantosuo, accettava volentieri e ringraziava. In giro per  il  paese  salutando  a  destra  e  a  manca  fino  a  mezzogiorno.  Poi  una  sosta  menz'à  la  chiazza vecchie, alla cantina di Ficco per gustare un bicchiere di vino, dù premateje, che quasi sempre gli veniva  offerto.  Quindi  si  tornava  a  casa.  Ancora  una  fermata  e  Cresce  per  riposarsi  e  mettere qualcosa sotto i denti che erano pochi, e si avviava. Quasi sempre la strada del ritorno se la faceva a piedi.  A  quell'ora  i  carri  agricoli  tornavano  al  paese,  ma  questo  non  lo  turbava.  L'importante  - diceva - è stare a casa prima de scrèsce. Si chiamava Anna, ma la chiamavano "Nanédde". Nanédde e basta. Abitava alla schermente du poni de San Geséppe, in un sottano con pochissimi arredi: due sedie, una credenza, qualche piatto di creta ruvida, un vecchio comò dove c'era di tutto e una sedia con  la  spalliera  alta  ereditata  alla  morte  dei  genitori,  molti  anni  prima  della  guerra.  Da  giovane, poiché non aveva trovato marito, la chiamavano "la moneche". Sapeva cucire e ricamare per corredi di ragazze da marito in cambio di qualcosa da mangiare. Qualsiasi cosa. Quando, molto raramente, 
le  veniva  offerto  qualche  pugno  di  farina,  si  faceva  una  ventina  di  orecchiette  o  cavatelli  o laganédde. Era la vigilia del Natale del '45 e voleva festeggiarlo anche lei. La mattina di buon'ora aveva fatto un pugno di orecchiette. Nell'impastarela farina cadde di più e lei penso: <fa niente! Il resto lo mangerò stasera>. Come l'altro personaggiodi questa storia, anche Nanédde non chiedeva mai niente e viveva della bontà degli altri, del vicinato soprattutto. Quel giorno voleva mangiare le orecchiette se non con le rape, almeno con l'odore  di esse. Si recò dalla vicina Mariuccia e disse:<Mariucce,  acquann  checein  i  ceime  de  rèpe,  me  vù  de l'acque  ca  me  serve  pe  begnè  i  pìte?> Raccontò di avere delle vesciche ai piedi. "Cudde acquanne" voveva essere oggi e lei sapeva che Mariucce avrebbe preparato quella minestra per mezzogiorno. Mariucee, dal canto suo, aveva capito e volle rispettare la dignità di Nanédde. < Annusceme ù comt e chiù tard te chiameche> disse Mariucee. Nanédde non se lo fece ripetere due volte e subito ritornò con una grande coppa di ferro smaltato. Mariucee cucinò le rape più del necessario, riempì la coppa di acqua "verde" lasciando cadere di proposito qualche cima di rapa e invitò Nanédde a ritornare di nuovo. Nanédde nel vedere la coppa  "verde di rape"  ritornò subito e,  ancor più  grande fu la sua contentezza quando Mariucee le offrì per il Santo Natale delle cartellate di vin cotto, un pugno di mandorle "ammedésche" , qualche "cakenddde", "sassanidde" e, infine, avvolta nella carta azzurra dei maccheroni una bella fetta de colzaune che la cepodde. < Grazzie, grazzie assè> disse Nanédde < defrische l'aneme di mùrte > e tornò a casa. Misesubito a bollire l'acqua ricevuta, soffrisse un po' di cipolla col diavolicchio, butò giù le orecchiette e quando stava per scodellarle :< Nanédde? So 
Vtucce. Bbona vescigghe de Natèle!> < Trèse> — disse Nanédde - tejacchie asatta asatta pe mangè. I recchietédde so de cchieu!> E Vtucce:< Naun, nan  vogghie de fastidie!> < Ma quale fastidia! Te so ditte trèse e assidete. Dalla taùle nan ze cacce'nescieune!> disse nanédde. E Vetucce, con gli occhi pieni di lacrime, si sedette e mangiarono insieme. Orecchiette con le cime di rape, una fetta dicalzone,  un  bicchiere  di  vino  preso  dalla  fiasca  di Vtucce,  nu  sassanidde  e...  ringraziarono  Dio. Intanto s'era fatto tardi, l'ora del vespro d'inverno e Vtucce doveva rientrare. Così si salutarono con parole fatte di silenzio e con una stretta di mano.Vtucce si avviò sulla via del ritorno. Qualcuno lovide avviarsi per la strada di Quasano e, pò, di Vtucce non si seppe più niente. Durante i giorni festivi che seguirono qualcuno lo cercò per dargli qualcosa ma invano. Si giunse al 31  dicembre  del  1945,  quando  un  contadino  di  nome  Giovanni  portò  il  caso  della  scomparsa  di Vtucce al Sindaco del paese che pregò lo stesso di recarsi al trullo. E così Giovanni insieme ad una guardia municipale e ad una campestre si recò sul posto. Una volta giunti, il trullo si presentò ai loro occhi ammantato da una coltre bianca modellata dal vento in una figura strana ed irreale. La porta si intravedeva  appena.  Cercarono  sotto  la  neve  la  pietra  antemurale  e  la  chiave  ma  non  trovarono nulla. Decisero di abbattere la porta e così fecero. Una volta aperto il varco trovarono Vtucce morto sul pagliericcio e la tavola imbandita in modo strano. Vi erano, infatti, tre forchette, tre cucchiai,tre bicchieri, tre scodelle di terracotta e tre fette di pane. Al centro il fiasco del vino insieme a qualche fetta di pizza dolce. Vtucce era ben vestito, ben rasato, con calze e scarpe nuove e un sorriso sul volto con gli occhi chiusi nella Pace Eterna. Alle sette del mattino del primo gennaio del '46 Vtucce stava  per  essere  calato  nella  fossa  del  cimitero  quando,  ansimante,  arrivò  Nanédde.  L'aria  era pungente e piovigginava appena. 
Uno dei presenti, mentre preparava la sepoltura, e parlando a voce alta, non si dava pace del perché la tavola di Vtucce era apparecchiata per tre, lui  che era sempre solo. E Nanédde raccontò che il giorno di Natale Vtucce disse al Bambin Gesù:< Nan  vogghie stè asseule. Manneme qualchedeune a fé ù Natele che mmajie> E gesù Bambino l'ascoltò.Gli mandò i suoi cari, la moglie e il figlio Giacomino morto in Russia. Mangiarono e passarono il Natale insieme e insieme partirono per il paradiso>. 
Con gli occhi pieni di lacrime gli uomini calarono  la bara nella buca, misero una croce di ferro e stavano  per  andare  via  quando  Nanédde  chiese  un  fiammifero  per  accendere  la  lampada.  Aveva portato con sé il bicchiere, l'acqua, l'olio  e il lumino. Quando  accese il  fiammifero  e l'accostò  al lumino, si alzò una fiamma vivida diretta verso il  cielo. "Statte bbùne Vtucce, durme  'mpèsce"  - disse Nanédde. "Statte bboune Nanédde! I fatte onnesciente proprie acchsseje. Grazzie asse e statte bbouna bbouna!" 
Queste ultime parole furono udite soltanto da Nanédde. 

 

Tratto dal periodico parrocchiale “ L’Incontro” n°232 dicembre 2005 
 
 
 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento Martedì 16 Dicembre 2014 09:46
 

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